Giacomo Puccini a Torre del Lago

Giacomo Puccini nasce il 23 dicembre 1858, a Lucca, in via del Poggio, una viuzza le cui alte case vetuste, come quinte d’una scena, s’aprono ancor oggi sullo spettacolo di quel meraviglioso monumento di marmo apua­no che è la chiesa di San Michele.

 Non a caso, perché il piccolo Giacomo discendeva da una lunga e ininterrotta generazione di organisti; anche qui l’aneddoto, forse a molti ignoto, ci aiuterà a tratteggiare il carattere del Maestro meglio della storia di pubblico dominio.
 

Giacomo Puccini, ancora ragazzetto, fu anche lui organista a Lucca, presso le Suore Benedet­tine dei Servi.

 Ma la magra prebenda settima­nale con cui le suorine lo compensavano, dove­va essere inesorabilmente e puntualmente con­segnata in famiglia.

 Al povero Giacomo non andava giù di essere eternamente al verde, e da buon toscano cominciò ad aguzzare l’ingegno.

 Aguzza oggi e domani, gli cadde l’occhio, vedi caso, sulle canne dell’organo, che, come si sa, sono composte in gran parte di piombo. E il piombo, in quel periodo, veniva pagato caris­simo.

 Fatto sta che in breve tempo l’organo di quel­le povere suore cominciò ad accusare degli strani disturbi; nel bel mezzo delle melodie sacre, al posto dì certe note non si udiva altro che un inutile, persistente soffiare come di gatti arrabbiati: pfiff… pffff…

Le canne mancanti avevano preso la strada del sacro monte.

 E alle osservazioni delle religiose il buon Giacomo ebbe la sfacciataggine di rispondere che, se le canne erano vecchie e non ce la facevano più, non era affar suo.

 Ma la “bolletta” di Puccini – superato il pe­riodo degli studi a Milano dove sotto la guida di Amilcare Ponchielli gli fu compagno Pietro Mascagni – non durò a lungo; egli, a trenta­cinque anni, aveva già lanciato, al Regio di Torino, la prima di quelle opere che lo condur­ranno sempre più in alto sulla via della gloria: “Manon Lescaut” dell’abate Prévost. “Le Villi” e I’ “Edgar” avevano servito in precedenza, tra vari contrasti e insuccessi, a far conoscere il suo nome.

 Puccini, pertanto, fu per un tempo relativa­mente molto breve quel musicista di maniera,ambientato nella “vie de bohème”, sempre a corto di quattrini, e il cui pastrano deve fatal­mente, prima o poi, « ascendere il sacro monte ».

 Anzi la sua figura fisica è ormai tramandata a noi, in tutti i ricordi della sua vita e attraverso le testimonianze fotografiche dell’epoca, come quella di un raffinato “arbiter elegantiarum”, sempre impeccabilmente e signorilmente vestito, bell’uomo sino in tarda età, amante sfegatato degli sport venatori, dell’automobilismo e della succulenta cucina toscana.

 Ma anche dopo la sua ascesa nel cielo delle celebrità, egli rimase sempre fedele alla sua na­tta Versilia; nella quale amava rifugiarsi nei momenti decisivi del suo lavoro, ogniqualvolta una sua nuova creatura stava per spiccare il volo sulle ali della musica.

 A Roma non ebbe infatti mai una casa sua; quando doveva trattenervisi, per le prove di qualche nuova rappresentazione al Costami, abitò quasi sempre in un mezzanino, che pren­deva in affitto di volta in volta, sopra il Caffè BezKola a via Nazionale.

 Molte sono invece le residenze che lo accolsero stabilmente lungo la costa della Toscana e che ancor oggi lo ricor­dano vivo e palpitante nel suo spirito creativo a chi visiti quei luoghi.


La più suggestiva fra queste, quella che per antonomasia è diventata il santuario del Mae­stro e delle sue melodie, è la Villa Puccini di Torre del Lago.

La Torre è un’antica costruzione che ancor oggi si specchia nelle acque poche decine di me­tri più a sud della villa del Maestro; il lago è quello di Massaciuccoli, un paesotto che sorge di fronte, sulla sponda lucchese.

Tra il lago e la costa della Versilia corrono poco più di tre chilometri, percorsi da una strada diritta, che a metà percorso taglia di netto la via Aurelia e la ferrovia; e lungo tutta la strada sono sparse, di qua e di là, le bianche casette di Torre del Lago.

Quando Puccini e sua moglie Elvira vi an­darono ad abitare, la villa, ben lontana dallo stato attuale, consisteva in una piccola scatola d’intonaco e mattoni, che Giacomo affittò attrat­to probabilmente dalla posizione sul lago che, a lui cacciatore inveterato, assicurava promettenti battute alle folaghe ed ai germani.

Poi, nel 1899, dopo i successi della Bohème, Puccini ottenne dal marchese Ginon-Lisci la facoltà di interrare un pìccolo tratto del Lago, e di portare la costruzione e il relativo giardino allo stato in cui oggi si presenta: una villetta a due piani senza pretese architettoniche, ma mol­to confortevole e in posizione dominante su tutto lo specchio d’acqua.

 Qui Giacomo Puccini tornò sempre come la rondine al nido, qui nacquero, dietro le finestre velate dalla scialba bruma lacustre, le creature che seppero bagnare di lacrime loggioni e platee di mezzo mondo: Cio-cio-san, Mimi, Manon, Minnie, Liù; qui egli fu sepolto il 29 novembre 1926, due anni dopo la morte che lo colse lon­tano, a Bruxelles.

 Vi sono altre due abitazioni in Toscana – ol­tre al desolato e romantico rifugio di Ansedonia, su un promontorio schiaffeggiato dai venti, di cui il Maestro amò la solitudine – dove Puc­cini dimorò più o meno temporaneamente: la sua villa di Viareggio, al Marco Polo, in un ampio viale di fronte all’impenetrabile pineta, e la solitària villa di Chiatri, isolata in asperrimo luogo nei monti sopra Bazzana, sulla via di Lucca; vi si giungeva, vivente il Maestro, per viottoli quasi inaccessibili, e ancor oggi, ben­ché per una nuova strada, vi si perviene attra­verso boschi e scoscendimenti paurosi pieni di un eremitico silenzio; essa perciò non fu mai molto amata dalla famiglia e dagli amici del Maestro, che prediligevano invece l’ospitale Tor­re del Lago.

 Torre del Lago: nome che sa di silenzio e di vastità, di ninfèe e di acque morte, di cielo tem­pestoso e di paludi.

 Rimarrete perciò delusi, se vi giungerete da Viareggio in un giorno di sole, dinanzi ad un lago piatto che non sa decidersi neanche ad essere nettamente blu, a poche case banali, a un piazzaletto costellato di automo­bili in divieto di sosta.

 Ma se una sera si alzerà il vento, e porterà fin sull’ampio lungomare la sabbia del lido, se nuvole tempestose si adden­seranno nel tramonto lasciando filtrare tra spic­chi d’azzurro pennellate d’oro e di lacca, se ve­drete nel porto canale agitarsi le barche all’or­meggio cozzando fra loro come anime inquiete: prendete allora la vostra auto, e filate a novanta sui cinque chilometri dell’immenso violone che vide il Maestro al volante della sua Lambda correre verso Torre del Lago: è questo il mo­mento.

 Egli è là che vi attende nella piazzetta, chiuso nel suo monumento di bronzo; ma non è bronzo quel pastrano che gli sbatte indosso nel maestra­le, quel cappello calcato sulla fronte per non volare, quelle mani strette nelle tasche, alla bra­va; e la piazzetta è un palco aereo lanciato sulle onde burrascose del lago.

 Allora sarete vicino a lui, là, dietro i vetri della finestra, e udrete me­scolarsi nel vento il grido delle folaghe e il ge­mito dei canneti, e rintoccar lontane sui flutti le campane di Massarosa.

 E da un punto misterioso, che non è nel vo­stro cuore ma lontano lontano, oltre il lago e le nubi, vi giungerà inaspettata la musica che Puc­cini ha scritto per voi: quella, fra le sue tante, che una volta vi avrà fatto piangere.

agosto 21st, 2009 by