Il Duomo nuovo di Siena

 Fu sotto Giovanni d’Agostino che la fabbrica del Duomo Nuovo di Siena venne celermente portata avanti : e ci riferiamo oltreché alle strutture murarie al rivestimento marmoreo e alle decorazioni plastiche, che rivelano ovunque la diretta partecipazione o quanto meno il gusto di questo delicatissimo e originale scultore.

Col sopravvenire della peste del 1348 i lavori rimasero sospesi : e fu forse in occasione di questo temporaneo abbandono che le originarie deficienze di statica del progetto e della costruzione, fondata in fretta “chon pogho letto et chon chativo ripieno” (cioè con fondazioni poco profonde e materiale cattivo), e dai pilastri troppo sottili slanciantisi da un terreno infido a arditezze temerarie, si palesarono gravissime e, ormai, irrimediabili.

Nel 1350 Domenico d’Agostino, nuovo capomaestro, insieme con Niccolo di Cecco del Mercia, proponeva che si rinunciasse all’ambizioso proposito di un Duomo Nuovo a Siena e che invece venisse condotto a termine il prolungamento già iniziato sopra San Giovanni verso Vallepiatta. Il parere dei due venne sostanzialmente condiviso da molti architetti, tra i più famosi del tempo; e basterà qui ricordare il fiorentino Benci di Cione, che in una relazione scritta denunciò senza mezzi termini tutta la gravita della situazione.

Fu così che nel 1355 il progetto veniva definitivamente abbandonato; due anni dopo i Dodici governatori della Repubblica ordinavano la demolizione delle parti pericolanti, compresi i piloni interni di sinistra, che in un primo tempo si era pensato di utilizzare nella costruzione di un nuovo Battistero, e quindi di un Camposanto monumentale a somiglianza di quello di Pisa.

 A testimoniare la grandiosità del progetto del Duomo Nuovo (si sarebbe certo trattato di una delle più imponenti cattedrali gotiche d’Italia) restano ora la navata destra, con le sue volte a crociera – due sono ancora visibili dalla piazza Iacopo della Quercia (sotto le altre tre fu ricavato fin dal Quattrocento il palazzetto dell’Opera del Duomo di Siena, ora sede del Museo) e l’immane parete della facciata, quella che il popolo chiama il “facciatone”, rivestita interamente di fasce marmoree bianche e nere e alleggerita da due ampi finestroni, uno, quello superiore, di proporzioni simili a quelle di un arco trionfale. Queste parti superstiti (e non possiamo trascurare le slanciatissime bifore che ancora oggi si scorgono su quel tratto di muro perimetrale al quale fu addossato, nel Cinquecento, il Palazzo Reale, sede attualmente della Prefettura e della Provincia), delimitano uno spazio che ha la vastità di una piazza e il raccoglimento di un chiostro e che corrisponde al-la navata centrale e alla navata sinistra del corpo anteriore di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo Duomo.

Fallita l’impresa del Duomo Nuovo di Siena, i senesi si rassegnarono e portarono a termine l’ampliamento dell’altro già esistente, dalla parte del coro. Si innalzarono i piloni, si coprirono le nove volte al disopra di quelle del San Giovanni. Il lavoro fu eseguito fra il 1356 e il 1359 sotto la direzione di Domenico d’Agostino.

Più tardi veniva anche provveduto al prospetto marmoreo del San Giovanni, di severo disegno gotico, rimasto incompiuto nella parte superiore. Il progetto è attribuito per tradizione, però senza fondamento alcuno, a Iacopo di Mino del Pellicciaio. Contemporaneamente si attese al compimento della facciata principale.

Giovanni Pisano tra il 1284 e il 1296 aveva eseguito, con i suoi discepoli, numerose statue. Ma queste non erano state messe in opera, perché l’artista, probabilmente in seguito a contrasti con la Fabbriceria, affidata tra l’altro a un amministratore analfabeta, aveva lasciato in tronco i lavori. Si può tuttavia ritenere che, sia pur fiaccamente, essi siano stati proseguiti per qualche anno, forse poco oltre il primo decennio del Trecento.

E probabilmente riflette ancora l’originario disegno di Giovanni Pisano l’ordine terreno della facciata, coi tre portali fortemente strombati e separati da fasci di sottili pilastri e colonnette; le due bellissime fiancheggiami la porta centrale turono sicuramente intagliate dallo stesso Gio vanni Pisano, mentre il corroso architrave con le Storie della Vita di Maria a bassorilievo è, con ogni probabilità, il primo saggio dell’arte di Tino di Camaino.

Gli entusiasmi per il Duomo Nuovo avevano fatto tralasciare, e quindi interrompere, i lavori della facciata del vecchio Duomo di Siena.

 Quando si vollero riprendere, i gusti erano profondamente cambiati, e forse – come sembra risultare dai documenti – non si sapeva nemmeno più che cosa il Pisano avesse progettato. Nel frattempo, un architetto e scultore senese, Lorenzo Maitani, aveva eretto per il Duomo di Orvieto quello che è forse il più perfetto prospetto di cattedrale gotica italiana: ed ecco che i senesi deliberarono di terminare la loro facciata a imitazione (quanto meno nel motivo del frontone, elevatissimo e tricuspidale) di quella orvietana.

Fu così necessario sopraelevare le navate affogando in parte la cupola, e procedere all’adattamento del nuovo progetto, di gusto schiettamente gotico, alla parte già eretta da Giovanni Pisano. Il principale realizzatore di questo disegno, che si mandò a compimento a far parte dal 1376, fu Giovanni di Cecco, architetto e scultore: ma pur riconoscendo la sua indubbia ingegnosità, dobbiamo osservare che il compito suo partiva da premesse troppo contraddittorie perché egli potesse organicamente armonizzare il progetto nuovo e o a quello antico.

Il coronamento, aperto da un oculo circondato da busti di patriarchi e profeti entro tabernacoletti (tutti rifatti nel secolo XIX sugli originali, che attualmente si conservano al Museo dell’Opera), se è genialmente concepito, non corrisponde, logicamente, alla parte basamentale.

Facciamo un esempio (per tacere di altri ripieghi e manchevolezze): i piloni mediani, che separano le tre cuspidi, non sorgono da una base preordinata alla loro costruzione, poggiano bensì in falso, partendo a metà della facciata e in corrispondenza del quarto interno delle arcate dei portali laterali, invece di staccarsi sopra gli elementi aggettanti che dividono i portali stessi da quello centrale.

Nondimeno sono, questi, difetti che appaiono, in certo senso, mascherati dall’esuberante decorazione scultorea, per la quale Giovanni di Cecco si valse in parte delle statue già preparate da Giovanni Pisano e dai suoi seguaci, mentre altre ne eseguì egli stesso o fece eseguire, e altre ancora furono aggiunte nei secoli successivi.

Attualmente quasi tutte le statue; che ornavano il prospetto del Duomo di Siena, corrose dalle intemperie e pericolanti, sono state o si vanno sostituendo con copie, proseguendo una saggia opera di salvaguardia iniziata già nella seconda metà del secolo scorso. Ma se la fronte, ove si eccettui la zona dei portali, è poco più del ricordo di quella che era stata terminata alla fine del Trecento, in cui figurano per giunta elementi non pertinenti, quanto meno discordanti (come, a esempio, i mosaici delle cuspidi, eseguiti nell’Ottocento dal Mussini e dal Franchi), oggi è possibile ammirare, come mai lo fu in passato, le prodigiose sculture eseguite da Giovanni Pisano fra il 1284 e il 1296, che sono tra i massimi capolavori della statuaria gotica italiana. Da quest’anno esse figurano nel Museo dell’Opera, e considerandole nel loro complesso si ha netta la sensazione di un’impresa senza precedenti nell’arte italiana, e per la grandiosità delle proporzioni e per l’elevatezza dei concetti ispiratori. Sono statue di grandezza superiore alla naturale e rappresentano personaggi biblici, profeti, filosofi dell’antichità classica, oltre alle due Vaticinatrici del giudaismo e del paganesimo, Maria sorella di Mosè e la Sibilla : tutti coloro cioè che, secondo il pensiero religioso medievale, predissero la venuta della Vergine, a cui il Duomo è dedicato, e la sua immacolata Concezione. Ma ciò che distingue nettamente questo ciclo di sculture dai più famosi poemi figurati delle cattedrali gotiche d’Oltralpe, è l’impeto drammatico che il carattere di ogni singolo personaggio rivela, definendone le più intime qualità psicologiche non meno che gli aspetti esteriori e ponendolo in appassionata dialettica di forma e di spiriti con i suoi compagni. Così, dalla profetica maestà dell’Isaia il Giove cristiano :– si passa all’eloquenza di Piatone, la mansueta saggezza di Salomone contrasta con l’inquieto patetismo di Abacuc e con la ruggente scontrosità di Simeone, mentre quella che è forse la più bella di tutte le statue, la profetessa Maria sorella di Mosè, svolge il suo corpo in lenta spirale sotto i gotici panneggi e protende ansiosa il volto dalle nari frementi e dalla bocca socchiusa e alitante, assorta nell’ascolto di misteriosi vaticini. Ma già, come si è accennato, da trent’anni la più grande scuola scultorea italiana del Duecento – quella dei Pisani – aveva lasciato nel Duomo senese uno dei suoi più insigni capolavori : il pulpito, scolpito tra il 1266 e il 1268 da Nicola Pisano in collaborazione col figlio Giovanni, allora esordiente, e Arnolfo di Cambio (è probabile che pochi anni prima Arnolfo avesse scolpito alcuni di quei bellissimi capitelli figurati che stanno sui pilastri della navata maggiore). Assai più ricco, per statue, gruppi e rilievi, di quello che è nel Battistero di Pisa, di circa sei anni anteriore, il pulpito senese, con le sue rappresentazioni simboliche, con le sue immagini di Profeti, di Virtù, di Arti liberali, è una sorta di “summa” figurata delle verità della Fede, culminante nei sette mirabili pannelli del parapetto. Se il pulpito di Nicola e le statue di Giovanni Pisano costituiscono una specie di solenne “prologo in cielo” alla storia della scultura senese, di questa storia è ancora il Duomo di Siena a illustrarci alcuni dei più importanti capitoli. Il maggior scultore senese del Trecento, Tino di Camaino, figlio di quel Camaino di Crescentino che abbiamo ricordato in veste di architetto del Battistero, dopo aver alzato a Pisa il mausoleo all’imperatore Arrigo VII dì Lussemburgo, e prima di recarsi a Firenze, e quindi a Napoli per assumervi la carica di architetto primario e scultore della Corte Angioina, eseguì, correva l’anno 1318, per il Duomo di Siena, il monumento funebre al cardinale Riccardo Petroni giurista (il monumento, smembrato di alcuni elementi e quindi ridotto nel Seicento, è stato di recente ricomposto nella sua originaria integrità).

Anche Iacopo della Quercia, massimo tra gli scultori senesi, lavorò a più riprese per il Duomo della sua città. Appartiene forse ai suoi esordi, infatti, la severa Madonna marmorea ora al sommo dell’altare dei Piccolomini; assai più tardi, all’estremo ormai della vita (rivestiva allora la carica di capomaestro dell’Opera), attese alla Cappella del cardinal Casini, iniziando quella tavola a bassorilievo, rimasta incompiuta con la sua morte, nel 1438. E fu nei laboratori dell’Opera, adattati sotto le superstiti arcate del Duomo Nuovo, che egli scolpì i marmi per la celebre “Fonte Gaia” del Campo.

In quello stesso torno di tempo lacopo dava inoltre il disegno per il fonte battesimale del San Giovanni: opera mirabile, che si può considerare come la più perfetta antologia plastica del primo Rinascimento, perché ad eseguire le statue in bronzo delle Virtù e i rilievi in ottone dorato con le Storie del Battista che adornano il pozzetto, furono delegati, oltre allo stesso lacopo (sua è la storia di Zaccaria cacciato dal Tempio e suoi i poderosi Profeti del tabernacolo), e ad altri artefici senesi, come Turino di Sano e suo figlio Giovanni, Lorenzo Ghiberti e Donatelle.

Quest’ultimo, che già nel 1426 aveva scolpito la lastra tombale del Vescovo Pecci, nel 1457 modellerà la poderosa e drammatica statua del Battista nella Cappella di San Giovanni, in cui si conserva la reliquia del braccio destro del Santo, donata alla cattedrale da Pio II.

aprile 2nd, 2009 by