Firenze fra storia e arte

 Firenze non è solo nota per essere una delle più famose città d’arte conosciuta in tutto il mondo, ma anche per la sua storia ricca di eventi. Per Firenze infatti a partire dall’anno 1865, si spalancavano le porte per entrare nella storia del nostro Paese. Si apriva infatti  quel capi­tolo che avrebbe preso il nome di Firenze capitale.

Per cinque anni la città di Firenze segnò l’inizio di una nuova epoca nella vita del giovanissimo regno: a Firenze l’Italia assunse le strutture di uno stato moderno, diven­tando nelle sue linee essenziali quella che è ancora oggigiorno.


 
Qualche giorno dopo il fatidico 20 settembre 1870, si diffuse tra i fiorentini questo epigramma: “Torino piange perché il Prence parte, – e Roma rìde perché il Prence arriva; – ma Firenze, gentil culla dell’arte, – ‘sospira’, quando arriva e quando parte”.

Quel “sospira”, che sostituisce per ragioni ovvie alcune piccole, irripetibili parole, è la sintesi di quanto successe a Firenze nei cinque anni della sua avventura come capitale d’Italia.

I libri di storia – e ne sono stati scritti a decine su quell’argo­mento – sono fredde documentazioni di avvenimenti politici e non danno, a noi posteri, la possibilità di tornare nel clima in cui visse la città di Dante dal 1865 al momento della breccia di Porta Pia: un clima che si è invece trasmesso di padre in figlio fino ai nostri giorni, durante un secolo che ha visto ben altri avvenimenti e ha registrato ben più gravi tragedie.

La parola “tragedia” può sembrare esagerata per definire il guaio che capitò ai fiorentini in quei cinque anni, tanto più che i nati in riva d’Arno, avvezzi da secoli a vederne di tutti i colori, la presero in ri­dere anche quando, partito il Prence (sono parole di Carlo Collodi), “una brutta malattia lasciò al municipio fiorentino un ingorgo fra la coscia e l’inguine di circa duecento milioni di debito”.

Gran parte di questi milioni ce li rimise di tasca il sindaco, Ubaldino Peruzzi,   la   cui   famiglia   di   antichi   banchieri, cinque secoli innanzi, si era mezzo rovinata per aiutare  un’altra monarchia,  quella inglese;  ma il resto dovette pagarlo la povera città.

Chi scrive ricorda di avere visto alle barriere, insieme con gli  impiegati  comunali  addetti  alla  riscossione dei dazi, anche le guardie di finanza incaricate dei  controlli   da  parte   dello  Stato,  il  quale  si appropriava di  una certa percentuale  dei pro­venti destinata a ridurre lo spaventevole vuoto.

Duecento  milioni,  riportati  al  valore  mone­tario d’oggi, possono calcolarsi molto più di al­trettanti miliardi.  Come furono spesi?  C’è  da immaginarlo, quando si consideri che una pic­cola città quale era allora Firenze – bella, piena di tradizioni, sede di altri principi, ma sempre piccola – si trovò costretta a ricevere di punto in bianco trentamila nuovi abitanti rispetto agli appena centodiciottomila che formavano la sua popolazione.

E con i trentamila, in massima par­te funzionari ministeriali, un re, una corte, e, ovviamente, anche un corpo d’armata militare.

I ministeri trovarono posto nei vecchi palazzi e negli edifici religiosi requisiti, edifici e palazzi quasi tutti di grande importanza storica e arti­stica, con le conseguenze che è facile immagi­nare. 

Basti qualche esempio.

Un reparto di ca­valleria  non trovò altro luogo per alloggiare i cavalli oltre al famoso chiostro di Santa Maria Novella,   stendendo   le   lettiere   di   paglia   sotto il porticato affrescato da Paolo Uccello, in modo che le deiezioni degli animali, infiltrate nell’in­tonaco, rovinarono parzialmente o totalmente le meravigliose pitture.

Il chiostro di Sant’Apollo-nia ebbe i suoi porticati chiusi con pareti di so­lida muratura per ricavarne magazzini militari, e si sta attualmente ripristinandolo in tutta la sua antica bellezza. Lo stesso Salone dei Cinque­cento, in Palazzo Vecchio, fu così barbaramente trasformato dall’architetto Falconieri, da provo­care una vera polemica di cui si fece eco anche // Lampione, giornale umoristico senza peli sulla lingua. La bellissima Loggia dei Pisani, dirim­petto al ‘Palazzo Vecchio, fu  distrutta per far posto a uno fra i più brut­ti palazzi imitazione-anti­co.  E via di seguito.

 I bravi piemontesi, d’al­tronde, .non potevano ca­pire che cosa ci fosse di male a “migliorare” l’este­tica e la funzionalità degli edifici medioevali e rina­scimentali.

 Quando videro l’arnolfiano Palazzo della Signoria con le sue bugne di pietra forte, per loro così rozze, si chiesero per quale ragione non si po­tesse coprirle con un bel­l’intonaco chiaro e liscio, un intonaco che avrebbe reso più moderna la-sede della Camera dei Depu­tati, del Senato e del Mi­nistero degli Esteri.

 E se questa può sembrare una diceria, è invece documentata sulle pagine del giornale L’Opinione l’idea di toglier via dalle strade le lastre di buon macigno per adottare, come a Torino, la pavimentazione a ciottoli.

 In altre parole, si voleva vestire Firenze alla torinese, o meglio an­cora alla parigina.

 Fu così che avvennero i malestri più gravi che oggi, a distanza di un secolo, si imputano a Giuseppe Poggi, un grande urbanista – grande anche se in certe cose sbagliò – il quale non seppe resistere alla tentazione di abbattere le belle mura della terza cerchia per ricavarne quelli che sono oggi i viali di Circonvallazione.

 Lo sbaglio (come rileva Piero Bargellini nella sua recentissima Splen­dida stona di Firenze) fu di non capire come la mancata conservazione delle mura sfasciasse la città e ne favorisse il disordinato sviluppo.

 Né vale oggi, a tanta distanza di tempo, il concetto di avere dato a Firenze un comodo anello viabile, poiché sull’asse dei viali, dove le mura correvano dividendo la strada interna da quella esterna, si sono dovuti creare gli spartitraffico indispensabili all’intensa circolazione attuale.

Anche le vaste piazze ideate dal Poggi per imitare quelle pari­gine si sono dimostrate scomodissime al traffico moderno e si sono dovute tagliare in corsie e canali. Ma il Poggi non poteva prevedere quale inferno sarebbero state le città di oggi.

Una realizzazione, invece, che rimane a onorare la memoria del vecchio urbanista è il viale dei Colli, ed è ben meritata l’epigrafe che il comune vi ha posto in memoria di lui: un monumento costituito dagli stessi viali, dal piazzale Michelangelo, dal panorama della città e delle colline oltre la massiccia balaustra; una visione come il Poggi voleva, nella quale non mancano, la sera, gli ottocenteschi globi di vetro una volta illuminati a gas; uno scenario che poteva davvero ricordare quello di piace de la Concorde al tempo della “belle époque”.

 Ma in fatto di urbani­stica,   il  problema   che  si presentò    all’arrivo    della capitale fu principalmente quello degli alloggi.

Ed è curioso   notare   come   le conseguenze di una troppo rapida espansione edilizia si somiglino a qualunque epoca   appartengano,   nel senso che più si costruisce meno si  trovano case. E anche   allora,   più   si  co­struivano   case   di   lusso, meno si trovavano case a buon   mercato.  

E   come avviene oggi ovunque, anche a Firenze, nei cinque anni della capitale, gli “affittasi” erano innumerevoli e i senza tetto altrettanti. Poi, quando i trentamila partirono, la situazione peggiorò, in quanto ai poveri non bastarono i brutti edifici delle “case popolari”, e i ricchi erano troppo pochi per occupare quelle signorili.

Erano piovuti a Firenze ambasciatori e legati da ogni parte del mondo, le cui famiglie si im­piantarono stabilmente, tanto che anche oggi i loro nomi si leggono sui cancelli delle più belle ville, ma la ricchezza era tutt’altro che aumen­tata, e le tasse (tristemente famosa quella sul macinato) facevano il resto.

 Ed erano spuntati come funghi i locali di lusso, i café-chantant in concorrenza con i quieti caffè granducali, i restaurant! a scapito delle bettole odorose di vero Chianti (anche il famoso “Melini” si trasformò e divenne antagonista dell’altrettanto famoso “Doney” di via Tornabuoni), ma i prezzi delle derrate salirono alle stelle e le massaie borbot­tavano:  “S’aveva a star nell’oro?: non si sta neanche nel rame!”.

 C’era, però, nella gran massa popolare, un profondo, sia pur velato patriottismo.

Firenze, nel ’59, con il suo plebiscito, aveva decisamente fatto pendere la bilancia per l’Unità d’Italia, e non si smentiva, ora che ne pagava duramente le spese. Eppoi i fiorentini volevano un gran bene al re.

Quando, il 10 febbraio del 1865, Vittorio Emanuele II arrivò con il treno prove­niente da Torino, erano le dieci e mezzo di sera, ma in piazza della stazione pareva giorno a causa della gran luminaria e dell’immensa folla che faceva siepe lungo tutto il percorso fino a Palazzo Pitti.

Il re, commosso dall’acco­glienza, abbracciò le autorità e salutò con larghi sorrisi su quel suo bel faccione cordiale.

L’entusiasmo lo seguiva ovunque andasse. Po­chi mesi dopo, celebrandosi il sesto centenario della nascita di Dante, la folla gli tributò un trionfo in piazza Santa Croce, dove fu inaugu­rato il brutto monumento dedicato al Divino Poeta.

E le manifestazioni di attaccamento alla dinastia si ripeterono in ogni occasione, fino a divenire frenetiche in quel memorabile aprile del 1868, quando apparvero i giovani sposi Um­berto e Margherita.

Specialmente la futura prima regina d’Italia colpì la fantasia del popolo che, al suo passaggio, gridava: “Dio ti benedica, co­me tu sei bellina!”. 

Durante i cinque anni, il popolo seguitò a voler bene al Padre della Patria, nonostante certe sue scappatelle che prima o poi venivano immancabilmente risapute.

D’altronde, come si fa a proibire a un uomo sanguigno, pieno di vita, quarantacinquenne appena, e per di più vedovo da dieci, come si fa a proibirgli di avere “la sua parte?”.

In via Ricasoli, proprio nel palazzo dove ora ha sede il giornale La Nazione, si si­stemò la “bella Resina”, la figlia del tambur maggiore elevata a contessa di Mirafiori e di Fontana Fredda.

La “bella Resina” dormiva nella stessa stanza dove oggi lavora il direttore del giornale, Enrico Mattei; dalla parte opposta del corridoio, nella stanza del capo cronista, il re aspettava di essere ricevuto. Una trentina d’anni fa, in occasione di certi lavori di adattamento, fu tolto da una finestra un vetro sul quale, probabilmente con la pietra di un anello, erano state graffiate le iniziali “V. E.”: l’auto­grafo del sovrano.


 
Vittorio Emanuele sposò la contessa di Mirafiori a San Rossore dove, credendo di essere in punto di morte, volle mantenere una vecchia promessa di matrimonio. Era il 7 novembre del 1869: quattro giorni dopo divenne nonno con la nascita di Vittorio Emanuele III.

Ma intanto non aveva perso tempo e se chiamava la bella Rosina “mia fumna”, alla piemontese, era pur sempre “l’homme a femmes”, alla francese. 
       
C’era a Firenze un suo sosia, certo Ferdinando Morini, passato alla storia come impresario tea­trale. Il Morini, secondo le dicerie, veniva chia­mato la sera a Palazzo Pitti, dove, indossata la reale veste da camera, si tratteneva nei regi ap­partamenti fievolmente illuminati dai doppieri, mentre il re libertino andava in cerca di avven­ture.

Si raccontava – e si racconta ancora – che una sera, in via dei Bardi, due fratelli di una fanciulla insidiata aspettassero il seduttore dietro il portone di casa e lo rimandassero a Palazzo Pitti con qualche livido sulla faccia.

La somiglianza fra Vittorio Emanuele II e il Morini era perfetta, nonostante che l’impresario fosse molto più giovane del re; e questo parti­colare avvalorava un’altra più vecchia diceria, quella delle vere umili origini del sovrano.

Si diceva che, quando il re non aveva che due anni, e cioè durante il momentaneo esilio di Carlo Alberto che alloggiò nella villa del Poggio Impe­riale a Firenze, il vero principino morisse nel­l’incendio della culla e fosse sostituito da un fanciullo “acquistato” per l’occorrenza presso una povera famiglia.

L’indole bonaria, l’affabi­lità e lo stesso fisico del re, così diverso dai lon­gilinei Savoia, sembravano confermare l’assurda supposizione.

Vittorio Emanuele II era veramente affabile. Spesso usciva in carrozza da Palazzo Pitti e si recava al Circolo dei Nobili in via Tornabuoni.

Una volta i passanti gridarono a un barrocciaio che con il suo veicolo ostruiva la strada: “Scan­sati, non vedi che deve passare la carrozza del re?”. Al che il buon uomo rispose: “Accidenti anche a lui!”. E Vittorio Emanuele, che aveva sentito l’invettiva, si sporse dalla carrozza e disse sorridendo a chi l’aveva lanciata: “Grazie degli accidenti, ma quando non colgono!”.

A teatro amava fumare, e per questa ragione preferì quello che proprio l’impresario Morini costruì in piazza D’Azeglio presumibilmente con il denaro che il re gli regalava per le sue presta­zioni.

Si chiamò “Teatro Principe Umberto” e il fatto di permettere al pubblico di fumare fu forse la causa del falò che lo distrusse vent’anni più tardi.

Era anche solito passeggiare a piedi. E quan­do la passeggiata si svolgeva nei pressi del risto­rante Doney, una donnetta quasi nana, passata alla storia con il nome di “Beppa Fioraia” – una delle superstiti “fiorame” dell’epoca granducale – saliva sul muricciolo di Palazzo Strozzi per arrivare all’altezza del petto del sovrano: gli metteva un fiore all’occhiello e gli diceva quello  che ripeteva a tutti i clienti: “Ecco fatto, Zelindino mio!”. E il re era felice.

Purtroppo, i cinque anni della capitale a Fi­renze non furono sempre politicamente idilliaci. Venne quasi subito il terribile “Sessantasei” con le due disfatte: quella di Costozza e quella di Lissa, che il popolo apprese con il caratteristico atteggiamento fra il rassegnato e l’ironico che distingue i fiorentini in simili circostanze.

 

Il 21 luglio di quell’anno, dopo ventiquattro ore di trepidazione sulle sorti della nostra flotta, una folla accorse in piazza della Signoria esigendo notizie precise. Ed ecco che si apre una delle finestre dell’antico palazzo e vi appare un fun­zionario tutto vestito di nero. 

Ha in mano un telegramma e fa cenno di volerlo leggere. Subito si stabilisce un silenzio di tomba nel quale la voce del funzionario squilla chiarissima: “Scon­fitti, ma padroni delle acque – firmato: Persane” scandisce la voce. 

E subito, di sotto la loggia dei Lanzi, un’altra voce tuona: “Lavatevici i… gi­nocchi!”. (E non disse proprio “ginocchi”). Co­me è noto, l’ammiraglio Persano, giudicato un anno dopo nello stesso palazzo, ci rimise le spalline. 

Ma, a parte queste disgraziate vicende, l’amal­gama tra fiorentini e “forestieri” cominciava a stabilirsi. C’era, semmai, la difficoltà di compren­dersi a causa delle parlate così diverse. Una sera, in teatro, un signore in platea scambia qualche gesto con una signora in palco. Lo spettatore vicino gli chiede: “È sua moglie quella signo­ra?”. E l’altro: “Purtroppo”.

 Ebbene, finì a bot­te. Quel “purtroppo” che per lo spettatore ma­rito significava “in modo assoluto”, per l’altro, fiorentino, significava “disgraziatamente”.

 Eppure, a Firenze c’erano i puristi della lin­gua e i grandi letterati, alcuni dei quali frequen­tavano il salotto di Emilia Peruzzi. C’erano, o vi capitavano spesso, Edmondo de Amicis, Mas­simo d’Azeglio, Giosue Carducci, Niccolo Tommaseo, Renato Fucini, Ferdinando Martini, Pie­tro Fanfani e una numerosa schiera di “indige­ni” o di arrivati con il proposito di sciacquare prosa e poesia nelle acque d’Arno.

 Sarebbe ba­stato qualche anno di più perché si potesse veri-ficare quell’unione delle lingue (e dei caratteri) che cento anni di scambio di recinte fra regione e regione non hanno ancora raggiunto.

E invece venne il “Settanta”. E venne quel 20 settembre che fu accolto dai fiorentini con la solita ironica rassegnazione allorché, erano le dieci del mattino, gli strilloni, provenienti dalla stazione con pacchi del giornale La Gazzetta del Popolo, diffusero la notizia tra la folla in attesa. Il centro della città ribolliva. Da piazza della Signoria a piazza Pitti la gente si accalcava ur­lando i suoi “evviva”, ma anche mormorando parole piene di pessimismo. In via Porta Rossa, un gruppo di scalmanati si mette sotto una fine­stra e grida: “Strazza!… Strazza!… s’è preso Roma!”.

Ettore Strazza è un giovane avvocato mila­nese, ma perfettamente fiorentinizzato in fatto di stramberie e di battute beffarde.

Gli amici, chiamandolo, sanno benissimo che ne dirà una delle sue, ma non prevedono la scena. Eccola: la finestra si apre e sul terrazzino dinanzi alla folla stupita, appare lo Strazza – scrive Leo­poldo Barboni – “comodo e tranquillo, senza nemmeno la foglia di fico” (e cioè completa­mente nudo). 

La gente urla scandalizzata, ma subito tace a un gesto dello Strazza il quale, solennemente, come può fare un personaggio in tight durante una cerimonia, grida: “Evviva l’esercito!”. E la risata che uscì dalle centinaia di gole degli spettatori giunse certamente anche agli orecchi di Vittorio Emanuele II, che in quel momento appariva al balcone di Palazzo Pitti per salutare la folla in delirio.

Scrisse Ugo Pesci nel suo libro sulla capitale a Firenze: “I fiorentini si lasciarono ‘scapitaliz­zare’ battendo le mani, con una disinvoltura e un buon garbo che fu il miglior elogio del loro senno… di allora”.

Per ciò che riguarda i pie­montesi, i monsu Travet così ostili nei primi tempi verso gli usi, i costumi, la parlata, la cu­cina dei fiorentini, se ne andarono piuttosto a malincuore. Ne è prova il fatto che molti di costoro, quando a Roma raggiunsero i limiti di età, preferirono godersi il meritato riposo al co­spetto di Fiesole, in riva all’Arno, invece che tornare, dopo tanti anni, al cospetto di Superga in riva del Po.

A   chi la guarda dal treno in corsa o dalla strada che va da Firenze al mare, la fiera Città di San Miniato appare sormonta­ta da un’alta torre e allineata lungo il crinale di un  colle,  più  o meno parallelo  alla strada e alla ferrovia, a circa due chilometri dalla secon­da e un po’ meno dalla prima.

Per averne una visione quasi completa conviene salire ai piedi della ricostruita torre di Federico II, che fu di­strutta – come mi dice un vecchietto che rag­giungiamo strada facendo –    “per spregio” (il vocabolo in questo senso è tipicamente toscano) dai Tedeschi nell’ormai lontano, ma sempre vi­vo alla memoria, luglio  1944, quando essi sta­vano per abbandonare la posizione sotto l’incal­zare delle truppe americane.

Eccoci ai piedi della nuova torre. Ci fermia­mo a contemplare il panorama. Sotto di noi il serpentino  distendersi  della cittadina  lungo il dorso del colle, in lontananza i monti volterrani, e tutt’intorno gli ondulati colli del Valdarno  «somiglianti a una fila di ragazze che, pre­sesi per mano, corrano cantando rispetti e vol­gendo le facce ridenti  a destra e a sinistra ».

I ricordi carducciani riaffiorano alla nostra men­te e quel paesaggio che il poeta con tanta forza evocava molti anni dopo la sua permanenza a San Miniato (vi aveva fatto le sue prime espe­rienze di insegnante nell’anno scolastico  1856-’57) suscita anche in noi le stesse emozioni.

settembre 11th, 2009 by