Category: pisa

marzo 29th, 2009 by admin

Lo studio ed il lavoro nella vita rappresentano tappe fondamentali nella vita quotidiana della Certosa di Pisa. Gli antichi Statuti dell’ Ordine lo chiamano “l’eterno alimento delle anime”, e l’ionografia sacra rappresenta il Certosino in atto di leggere : in angulo cum libro. Prima dell’arte della stampa, il copiar manoscritti era una delle occupazioni imposte dalla Regola ai sacerdoti. Ristabilivano a prezzo di pazienti ricerche il testo perfettamente corretto, mentre altri alluminavano e rubricavano le carte con quelle inimitabili lettere ornate, con quelle iniziali a tratti così fermi, a colori così vivi e tenaci che invano se ne cerca il segreto. Nel sec. XV i Certosini stessi si fecero anche impressori : la prima opera, conosciuta con certezza, uscita dalle loro tipografie, è “l’Historia flende Crucis” edita a Parma per fratres Carthusice nel 1477. I più distinti per santità ed austerità di vita furono degli intrepidi lavoratori, a dimostrare quanto il lavoro della mente serva per mantenere il fervore della vita contemplativa. Una “Biblioteca Cartusiana”, comprenderebbe il numero di ottocento autori. Basti ricordare fra i più noti : Dionigi l’estatico, Ludolfo di Sassonia, Lanspergio, il Surio e poi il Le Couteulx e il Le Mason. Occupazione preferita dal Certosino è lo studio delle Sante Scritture, della Teologia, della Mistica che offre la conoscenza dei veri principi della spiritualità. Gli studi profani non sono positivamente vietati ma vengono ritenuti come non confacenti ad un Religioso che voglia essere alieno da ogni vana curiosità per mantenere 1’anima in continuo raccoglimento. Alcune ore del giorno son dedicate al lavoro manuale, voluto dalla Regola come necessario per la salute fisica e come un sollievo : coltivare il giardino, dipingere o modellare soggetti sacri, scolpire in legno, lavorare al tornio, fare opere d’intarsio. La mente si riposa e il corpo ne ritrae vantaggio. Anche qui sono vietati l’eccesso e la dissipazione dovendo tutto contribuire al miglioramento dello spirito ed al maggior fervore. La storia dell’Ordine ricorda molti individui che acquistarono notevole abilità nelle arti poste al servizio del tempio e nella decorazione delle Case Monastiche.

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marzo 29th, 2009 by admin

La vita dei Certosini, giudicata spesso da chi non la conosce come troppo austera non è quella di eremiti piena di difficoltà e di rischi ed abbracciata perciò da un numero limitatissimo di individui. L’eremita vive nell’ isolamento e nella indipendenza, invece il Certosino obbedisce ad una Regola e ad un Superiore della casa, si riunisce ai suoi confratelli per gli uffici divini in Chiesa, per le adunanze nella cappella del Capitolo, per il colloquio concesso in determinati giorni, per il passeggio settimanale “spatiamentum”, al di fuori del Monastero, per i pasti nel Refettorio alla domenica ed in altri giorni festivi. La Regola dell’Ordine vuole che il giorno e la notte siano santificati con un avvicendarsi di occupazioni, interrotte da onesti sollievi che rendono più spediti a riprenderle con nuova lena. L’ufficio notturno che dura nel coro in media tre ore è preceduto da quattro ore di riposo e seguito da altre tre. La giornata è dedicata in gran parte alla liturgia : Messa conventuale che si canta sempre, seguita o preceduta dalle Messe piane celebrate contemporaneamente dai diversi Religiosi, ciascuno nella cappella destinatagli ; recita dell’Ufficio canonico in cella, coll’ Ufficio della B. V. Maria “de beata”, meno il Vespro di quello, che ogni giorno si recita in Coro, seguito spesso dall’Ufficio dei morti. Nelle feste l’Ufficio vien cantato per intero al Coro, eccetto la Compieta. Le ore antimeridiane libere ed il tempo dopo il Vespro sono dedicati alla meditazione, alla lettura spirituale, all’esame della propria coscienza in Coro, seguito spesso dall’Ufficio dei morti. Nelle feste l’Ufficio vien cantato per intero al Coro, eccetto la Compieta. Le ore antimeridiane libere ed il tempo dopo il Vespro sono dedicati alla meditazione, alla lettura spirituale, all’esame della propria coscienza.

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marzo 29th, 2009 by admin

Chi crede che la vita dei Certosini sia fatta soltanto per espiare delle colpe, oppure sia la risoluzione di una crisi di coscienza e di un dramma interiore ; chi vede nella Certosa di Pisa un porto di naufraghi della società che attendono in solitudine la morte come una grande liberatrice : è in errore. Casi di tal genere nella storia quasi millenaria dell’Ordine si sono verificati ben di rado, e non sono proprio questi a dar ragione della continua vitalità dell’Istituto Monastico. Lo sviluppo che questo prende per fare accorrere nelle sue file di individui diversi di grado e condizione sociale, e di svariate attitudini, dimostra come il genere di vita praticato nelle Certose sia secondo la portata di molte persone che pur se ne crederebbero incapaci. Alcuni vi sono condotti dalla attrattiva della solitudine e della vita interiore ; altri vi chiedono un rifugio contro le lusinghe mondane ; ve ne sono di quelli che vi cercano una vita austera; tutti però, quali essi siano, e qualunque sia il motivo che li conduce, offrono la prova più evidente che la Regola Certosina è lungi dall’essere al di sopra delle forze umane. E se volessimo porre dinanzi agli occhi del lettore qualche dato statistico, si vedrebbe che la massima parte dei Certosini hanno scelto e scelgono questa vita in giovane età, nel periodo migliore della loro esistenza, in piena tranquillità di spirito.

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marzo 29th, 2009 by admin

 Conoscere il genere di vita che i Certosini conducono è non soltanto dar ragione della esistenza e della forma esteriore di tutto l’edificio da essi abitato, ma anche porre nel giusto valore le opere che lo abbellirono attraverso le età non ad ostentazione di ricchezza e di lusso come per l’abitazione di un grande signore, e neppure a diletto del visitatore, ma per rendere il Monastero sempre più degno della vita religiosa. Le particolari contingenze storielle della Certosa di Pisa per gli stretti rapporti con la Corte di Toscana, richiesero nel secolo XVIII una certa condiscendenza alle esigenze di quei tempi pieni di fasto, con sacrificio della semplicità certosina ; resta fermo però che questa fu un’ eccezione imposta da motivi di opportunità, e che la vita dei Monaci nell’intimità delle celle si svolse pienamente tranquillità con vera fedeltà agli Statuti dell’Ordine che mai, ed in nessun caso, ebbero a sentire il bisogno di modificazioni o di riforme. Abbiamo veduto colle opere condotte per secoli una completa trasformazione della Certosa di Pisa ; ma la vita dei Monaci è rimasta la stessa. Sulle pareti del sacro recinto ogni età ha lasciato la sua impronta; i beni del Monastero hanno sentito la ripercussione degli avvenimenti politici e sociali ; passata l’intera proprietà conventuale ad altre mani, i Certosini della Certosa di Pisa sono usciti e poi rientrati come custodi in quella che fu la loro casa ; ma nel continuo agitarsi di uomini, di idee, di cose, né un pensiero delle loro anime, né una parola delle loro preghiere, né la più piccola parte delle loro speranze hanno subito il più lieve cambiamento, conforme è scritto nella divisa dell’Ordine : “Stat crux dum volvitur orbis”.

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marzo 26th, 2009 by admin

 Le ultime vicende relative alla Certosa di Pisa

Chiudendo gli occhi alla luce nel 1797 dopo trent’anni di Priorato, il Padre Maggi poteva esser ben lieto della trasformazione veduta in gran parte degli edilizi Monaatici. La Certosa di Pisa come oggi si presenta è quale egli la volle. E della decorazione di altre parti secondarie, specialmente delle Cappelle dove ebbero a lavorare pittori e decoratori di Pisa e di Livorno sino agli ultimi del secolo XVIII, sarà detto nella descrizione del monumento. Una cosa sola però da lui ideata nel 1794, per la quale aveva non solo studiato e discusso i disegni ma anche cominciato a provvedere i materiali, dovè arrestarsi: la costruzione di un nuovo campanile in sostituzione dell’antico, più che mai divenuto ruinoso. Gli eventi politici di Francia minacciavano i beni posseduti dalla Certosa in Corsica; il Direttorio si affrettò ad incamerarli senz’altro, e coll’invasione francese in Toscana nel 1799 il Monastero dovè subire la sorte degli altri corpi ecclesiastici. Il Decreto Napoleonico (23 marzo 1808) di soppressione degli Ordini Religiosi in Toscana disciolse la Comunità Certosina che dovè riparare a Pisa nel già convento dei Vallombrosani di S. Torpè, poi nel 1810 i Monaci si dispersero prendendo l’abito di preti secolari. E facile a immaginare la spoliazione delle suppellettili, dei sacri arredi, e delle opere d’arte ordinata dal Demanio francese. Le argenterie, la biblioteca ricca di codici preziosi e di volumi rarissimi, le tele degli altari, le sculture, le campane e perfino la balaustrata marmorea del presbiterio furono posti in vendita. L’edificio conventuale fu risparmiato, forse per espresso volere del Bonaparte, al quale l’8 dicembre 1807 la sorella Elisa Baciocchi principessa di Lucca e di Piombino l’aveva chiesto come casa di villeggiatura nel progettato ampliamento dei suoi Stati. Ritornati i Certosini nel 1814 nel periodo della Restaurazione, qualche cosa fu potuta recuperare, ma per la perdita di quasi tutto il patrimonio immobiliare, la loro attività edilizia si dovè limitare alla manutenzione ordinaria delle fabbriche. Nel 1826 furono acquistati dalla soppressa Certosa di Farneta l’angelo di marmo che serve da leggio nel coro e la sedia ad intagli e tarsie policrome oggi posta a destra nell’abside. Nel 1827 si tentò un rinsaldo del campanile che poi nel 1854 si dovè definitivamente abbattere. In conseguenza della legge 7 Luglio 1866 la Comunità Certosina di Calci era nuovamente disciolta. La custodia degli edifizi colle loro adiacenze e oggetti d’arte fu affidata ad un Monaco Soprintendente, e quella dell’Archivio ad un Monaco Archivista il quale custodisce le pergamene soltanto, perché i libri di amministrazione – di grande pregio e del massimo interesse per la storia del Monastero e per quella delle abbazie benedettine di Gorgona e di S. Vito – passarono all’Archivio di Stato in Pisa, con un criterio degno di tempi ormai sorpassati. Parte del Monastero servì per villeggiatura al R. Conservatorio di S. Anna, ed a più riprese venne affacciata la proposta di destinare la Certosa ad uso di Manicomio ! Poi vi tornarono più numerosi i Certosini, ma come custodi riconosciuti dal Ministero della P. Istruzione. Chi visita oggi la Certosa, ne esce pieno di ammirazione per la generosa sollecitudine con la quale essi assolvono il compito affidato. E se lo spazio ce lo consentisse vorremmo enumerare ad una ad una le opere di ripristino compiute nelle parti più notevoli, come il continuo succedersi di restauri e di miglioramenti, a testimoniare l’amorosa cura di questi singolari custodi che spendono del proprio con signorile larghezza. Almeno una fra le tante ne vogliamo ricordare, inaugurata nel 1930: il rinnovamento degli stalli nel coro dei Conversi, a destra del vestibolo, ed il completo restauro del coro monacale. È tornato in esame il progetto del nuovo campanile secondo il disegno del secolo XVIII. E il desiderio che possa compirsi è di tanti e tanti; vorremmo dire di tutti, perché quelle volontà e quella fede che creavano le opere d’arte di un tempo, oggi per fortuna della nostra Nazione si riaccendono e daranno i loro frutti.

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marzo 26th, 2009 by admin

Col priorato del milanese Alfonso Maria Maggi entriamo in un altro periodo di attività durata oltre trent’anni (1764-1797) sulla quale egli più che una sorveglianza amministrativa volle esercitare una vera direzione tecnica, proponendo disegni, modificando quelli presentati dagli artisti, suggerendo correzioni, stimolando l’esecuzione e procurando di persona a Pisa, a Livorno, a Lucca, a Firenze ed altrove i materiali occorrenti. Quest’uomo, che nei gustosissimi Registri di spese c’informa fino alla minuzia dell’andamento quotidiano dei lavori, che raccolse in vari volumi i ricordi della sua Certosa di Pisa, che alternava la composizione di un sermone ascetico – ne scrisse tanti – con la discussione di un progetto edilizio, e visitava i Monasteri della provincia religiosa, e dei viaggi a Grenoble per il Capitolo dell’Ordine lasciava descrizioni interessantissime, chiude degnamente la storia del Cenobio pisano nel secolo XVIII. II continuo accorrere di visitatori cospicui alla Certosa per l’importanza acquistata dal Monastero sugli altri di Toscana, l’opportunità di propiziarsi la Corte Lorenese ospite frequente della casa, consigliavano la destinazione di una parte separata del fabbricato per queste Decorrenze, alle quali in età più tranquille provvedevano una foresteria al lato della Chiesa (1392) ed un’ altra con accesso dall’esterno del Convento, menzionata nelle carte del 1412. In questo appartamento di parata ottenuto per via di demolizioni e di rialzamenti nel fianco conventuale che guarda la rocca della Verruca, furono adoperati l’architetto Nicola Stassi coi costruttori Gian Battista e Michele Toscanelli, tutti di Pisa. Vi lavorarono il Somazzi di stucchi e di riquadro il pisano Luigi Pochini che ebbe ad operare anche in tutte le parti attigue ; ma per le figure in chiaroscuro ai soffitti, alle pareti, ai corridoi, fu chiamato da Firenze Pietro Giarrè che dimorò a tutto suo agio in Certosa alternando il suo lavoro con la decorazione di ville signorili nel pisano e di saloni nel Palazzo Arcivescovile, conosciuto com’era per artista di grande perizia.


La Foresteria, preparata con lusso di mobilio e di tappezzeria secondo il gusto del tempo, a fine del 1774 era pronta. Questi lavori però non distoglievano il Priore Maggi da altri progetti ben più importanti. Primo, la sistemazione della facciata della Chiesa che nel rivestimento marmoreo coronato dal timpano – come ai primi del secolo l’aveva condotta lo Zola – si presentava assai più ristretta dei ballatoi della scala. Abbandonato il motivo di un rifacimento totale, concretava coll’architetto Stassi quello dell’allargamento nei fianchi, che creando un organismo più ampio della misura del tempio doveva più tardi portare anche ad un ingegnoso rialzamento. Vi lavorarono i carraresi Pompeo e Pietro Franchi e Nicolao Franchini dal 1772 al luglio del 1773 innalzando due campate intermedie a pilastro fino all’altezza della cornice e due esterne di minori proporzioni, raccordate colle ali del Monastero di Pisa, intanto che Diego lori di Carrara preparava su disegno del Giarrè le statue della Fede e della Speranza da collocarsi sul portale e le altre di S. Ugo e S. Anselmo destinate ai fianchi della grande finestra. Ma si attese fino al 1780 la messa a posto di queste e di altre statue eseguite dallo stesso lori: l’Assunzione di Maria, S. Giovanni Evangelista e S. Gorgonio. La Vergine Assunta su di un imbasamento triangolare di nubi e di angioli fu posta a coronamento della facciata, perché parve all’architetto questo l’unico ripiego per dare un aspetto di elevazione all’intero edifico. Il ritardo si dovè a ragioni fiscali: la Camera Granducale, a proteggere 1′ industria marmifera in Toscana, essendosi trovate nuove cave a Monsummano ed a Campiglia, aveva inasprito la tassa doganale sul!’ importazione dei marmi forestieri lavorati, ed il Priore Maggi si era recato a Firenze per chiedere a Pietro Leopoldo I – l’ospite abituale del Monastero di Pisadi pagare soltanto la gabella dei marini greggi. Alla sistemazione della facciata della Chiesa era connessa quella dell’intera fronte del Monastero di Pisa che, come si vede in una riproduzione della fine del seicento, aveva uno sviluppo minore a sinistra. Risoluto di “tirare avanti la facciata del Monastero dalla parte della vigna con uguagliarla all’ala di verso 1’orto non soltanto per ragioni di estetica ma anche per la necessità della casa” il Priore Maggi affidava nel 1774 allo Stassi questo lavoro che richiese circa dieci anni e che portò l’aggiunta di altre quattro cappelle al piano nobile, di una serie di celle per Conversi a quello superiore, e di locali per diversi usi a terreno. Col loggiato a due ordini nel lato minore a sinistra e con la prospettiva a grotteschi in quello di destra, composta da Angiolo ed Erasmo Somazzi, motivo comune nei giardini del sec. XVIII, la veduta esterna della Certosa veniva a prendere un carattere omogeneo e formò la delizia dei disegnatori di quel tempo, a giudicare dalle tante riproduzioni che ci sono rimaste. Il medesimo architetto lavorava in quegli anni alla cappella del Capitolo togliendole il primitivo a-spetto per l’acquisto di una limitata porzione di spazio. Nel Refettorio, dove la costruzione delle volte e la sistemazione dell’attiguo corridoio aveano nei lati minori e nella parete di destra già sacrificato le ogive trecentesche, togliendo luce, ugual sorte subivano quelle di sinistra, ora sostituite da nuove aperture a lunetta. Nel 1776 vi dipingeva il Giarrè dei soggetti suggeriti dalla destinazione stessa della sala e poi passava a colorire il Capitolo.

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marzo 26th, 2009 by admin

Sull’edificio monastico si levava il campanile cuspidato in laterizi, come si vede in una riproduzione da un dipinto murale. Appoggiato alla parete esterna era una continua minaccia per la solidità del tempio e della cupola absidale. Passati venticinque anni dalla fabbrica del chiostro di Pisa, ogni abbellimento si concentrò nella chiesa dove le maestranze furono occupate fino al 1727. Fissiamo questa data, non tanto per documentare l’ininterrotta continuità dei lavori quanto per dar ragione della esuberante ricchezza portatavi nei marmi e nei dipinti, ricordando che le stesse esigenze decorative dominavano dovunque su larga scala. Con due maestri lombardi, Antonio Mota ed Antonio Monaci, aveva inizio una vera trasformazione architettonica del tempio. Costoro innalzavano sugli scomparti le volte a nervature di stucchi occultando la travatura trecentesca ed il timpano delle finestre ogivali, come si è potuto di recente verificare negli avanzi messi in luce all’esterno dei muri. La bottega dei Monconi tornava a fornire nel 1677 i marmi per il Ciborio e per il nuovo altare che addossato alla parete dell’abside portò alla chiusura di un’antica polifora. Vi lavorarono di scultura fino al 1681 Gian Francesco ed Alessandro Bergamini con altri carraresi fra i quali Bartolommeo Pancetta, Francesco Pancini, Giulio Fucigna e Francesco Bacciali: tutti ai servizio dei duchi Cybo di Massa ed autori di opere pregiate in Lunigiana, in Versilia, a Pistola, a Piacenza. Finita la decorazione marmorea nell’abside, il certosino Don Stefano Cassiani, Procuratore del Monastero di Farneta, affrescava nel 1685 la cupola ed il presbiterio. A dipingere la Chiesa furono chiamati degli artisti emiliani rinomati in Bologna ed altrove per affreschi eseguiti in chiese e palazzi: Giuseppe e Pietro Roli, associati per il riquadro coi fratelli Paolo Antonio e Rinaldo Guidi : una ricercatissima maestranza del barocco, levata a ciclo dagli storici d’arte del settecento. Accettando costoro il lavoro per la nostra Certosa nell’agosto del 1700, posero per condizione “la libertà de’ pensieri convenienti alla loro pittorica operatione acciò maggiormente possino far conoscere la loro virtù, informando al possibile l’opera da farsi con l’opera già fatta, e ornandola di quadratura, prospettiva, fiori, frutti ed altre figure che occorreranno ad arbitrio dei detti pittori”. Nel marzo del 1701 avevano già preparato i cartoni. Il lavoro cominciato nel maggio successivo fu condotto fino agli ultimi mesi del 1704 coll’ausilio di un ornatista pisano, Luca Bocci, dopo la morte di Paolo Guidi.


Nel vestibolo, limitato da una spalliera marmorea costruita nel 1703 da Giuseppe Bambi da Settignano che scolpì anche i portali della Chiesa, furono rappresentate le tavole della Legge, la caduta della Manna, l’allegoria della Religione, l’adorazione del vitello e l’ira di Mosè ; nel coro dei Monaci: il Sacrificio noetico, il serpente di bronzo, l’acqua scaturita al tocco della verga, il Sacrificio di Elia al cospetto del popolo e dei sacerdoti di Baal: scene allusive alla Messa. Coll’ampliamento della sagrestia (1713) – dove Giovanni Ciceri e Carlo Quadrio lavoravano di ornati e stucchi, il pisano Giacobbi intagliava le porte e gli sportelli alle pareti, e un’ altra maestranza inviata da Bernardo Monzoni di Carrara (1727) lavorava il pavimento a marmi bianchi e neri di squisito disegno – la decorazione della Chiesa condotta senza soste per cinquant’anni (1677-1727) poteva ritenersi compiuta. Ali’ esterno nel 1718 due altri carraresi costruivano in marmo una scala d’ accesso in sostituzione dell’antica. Si era compiuto pure il rivestimento marmoreo della facciata su disegno di Carlo Zola da Vareae ; ma quest’opera sarà ripresa sessant’ anni più tardi con altri intendimenti. Né vanno dimenticati il livornese Angiolo Somazzi che nel 1748 decorava a st
ucchi la cappella della Maddalena e nel 1751 quella di S. Bruno dove ebbe a costruire anche l’altare, ed Agostino Veraccini che in questo stesso anno dipingeva per la cappella del Capitolo la tela di S.Gorgonio.

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marzo 26th, 2009 by admin

Quale doveva essere finora l’aspetto del Monastero di Pisa, tirato su in laterizi sullo sfondo montano, è facile immaginare. Ad una vasta opera di abbellimento che va dal 1606 fino alla soppressione napoleonica del 1808 è dovuto l’odierno stato edilizio e decorativo di quasi tutta la casa. E vien fatto di domandarci perché quel tenace bisogno di rinnovare e di decorare non fosse sentito in altri tempi nei quali i pregi dell’arte avrebbero lasciato manifestazioni incomparabilmente migliori. Ma in quei tempi il Monastero di Pisa era ben lontano dalla tranquilla agiatezza che ora gli consentivano le sue terre migliorate e i suoi beni ricuperati per ampie zone nel pisano, nel livornese ed anche in Corsica. Eletto priore nel 1601 il ferrarese Don Teofìlo Caucciù, manifestò il programma di “riformare, restaurare, accrescere e ridurre a miglior forma e perfezione le fabbriche antiche”. E lo incoraggiavano le condizioni della casa, il favore dei Pontefici e le immunità tributarie concesse dal governo fiorentino.


Ed ecco che si alternano dal 1606 al 1614 gruppi di maestranze fiorentine e pisane a costruire una Foresteria, a decorare di architetture i piccoli chiostri, a lavorare nelle loggette delle celle. Frati Gesuiti lavorano di vetri, maestri d’intaglio operano ai banchi della sacrestia, viene ampliato il piazzale esterno, il fiorentino Poccetti dipinge tele per le cappelle dopo di aver frescato nel Refettorio l’Ultima Cena (1611). Nel 1618 si pensava ad un altro lavoro di maggior mole: il rialzamento del piano delle celle e la sostituzione di un colonnato marmoreo all’antico chiostro in laterizi. Quelle, per la natura stessa dell’edificio appoggiato al pendio di un colle, erano danneggiate dall’umidità; il chiostro di Pisa, ottenuto con parziali costruzioni di porticato dinanzi alle porte delle celle, difettava del necessario collegamento organico. Non esitiamo a chiamar colossale questo piano di opere. I monaci andarono ad abitare nelle altre fabbriche e fu sospesa l’accettazione di novizi nonostante che un ordine della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari consentisse di riceverne anche dalle provincie desolate dalla peste del 1630. Il rialzamento delle celle era condotto a termine nel 1634 ; a fine di dicembre di quell’anno un altro Priore, Don Tiberio Tantei stipulava il contratto per la ricostruzione del gran chiostro con Andrea Monzoni commerciante di marmi a Carrara e con lo scultore pisano Gian Battista Cartoni. Un certosino oriundo senese, Don Feliciano Bianchi, Procuratore della casa, aveva preparato il disegno. Ma né il Tantei né altri tre Priori a lui succeduti, che non risparmiarono spese perché il chiostro riuscisse di una eleganza peculiare, poterono vederlo compiuto. Occorsero quindici anni di lavoro (1636-1651) durante i quali fu costruita la cappella del Priore (1642) e si gettarono i fondamenti per la nuova fontana su disegno creduto dello stesso Padre Bianchi. Ma per la morte di lui, avvenuta quando il chiostro di Pisa era ormai avviato alla fine, la fontana rimase interrotta; doveva essere ripresa più di trent’anni dopo (1682) con altri intendimenti artistici un po’ contrastanti col bello stile che forma del chiostro un monumento di mirabile eleganza.

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marzo 26th, 2009 by admin

 La forma primitiva della Certosa di Pisa

Coi beni di un pisano, Pietro di Mirante della Vergine, arricchitosi nei traffici in terra d’oltre mare, distinto in patria per uffici pubblici e specialmente per l’Anzianato del proprio quartiere “Forisporte” ebbe inizio la Certosa di Pisa verso la fine del secolo XIV.

A quel tempo cinque Certose esistevano già in Toscana: nel senese, a Maggiano, Belriguardo, Pontignano; quella di Firenze in Val d’Ema e quella di Farneta presso Lucca.  Venendo a morte nel 1366 senza prole, chiamò erede delle sue sostanze coll’onere di far costruire il Cenobio un sacerdote amico, Nino di Puccio, che era in corrispondenza epistolare con S. Caterina da Siena, Ed in pieno accordo coll’Ordine Certosino e coll’Arcivescovo di Pisa Francesco de’ Moricotti, fu scelto il luogo alle radici del colle della Muffola tra Calci e Montemagno dove si apre una insenatura. Valle buia : questo nome col quale vien designata nelle carte fa pensare ad un tratto boscoso, singolare eccezione per quella catena di placidi colli dove 1’olivo domina per ampie zone. Il terreno restituito al sole ed al ciclo, fatto sacro per la fondazione monastica dedicata alla Vergine Maria ed a S. Giovanni Evangelista, volle l’Arcivescovo che si avesse a denominare “Valle Graziosa,, ; è questo il titolo adoperato fin dal 1368 all’atto dell’eleggere il primo Rettore del Cenobio; oggi lo si estende anche ad un tratto più ampio del paese. L’ opera ebbe copia d’aiuti fin dal suo nascere. Ricordiamo fra i tanti gli Orselli, i Crovario, i Delle Brache, i Visconti, i Benincasa, gli Agliata, i Ciampolini, i Gambacorta, famiglie della nobiltà e della borghesia pisana che donando terreni in vai d’Arno, in vai d’ Era, nel piano di Livorno e specialmente nel calcesano, contribuivano alle costruzioni in corso ed assicuravano la vita alla comunità religiosa. E così dentro un ampio recinto, chiuso nel 1370 da un muro a monte ed a valle, il Monastero in meno di trent’anni aveva raggiunto la forma tipica di tutte le case Certosine: la Chiesa (1376-1386), varie Cappelle adiacenti (1776-1778), il chiostro retrostante con le celle per i Monaci (1375-1392), il Refettorio (1378), l’abitazione per i Fratelli Conversi (1383), il Capitolo per le riunioni al lato alla Chiesa (dopo il 1386), una Foresteria (1392).  Degli artefici che operarono alla Certosa il primo che ci sia noto è Piero di Giovanni da Como. A lui il Monastero affidava nel 1392 dei lavori da compiere alla facciata ed ai fianchi della Chiesa. Nell’atto di allogazione compaiono come testimoni Beltrame di Valsoldo da Milano e Lanfranco da Sessa di Como che dovevano essere suoi collaboratori. 


Piero da Como lavorava alle mura di Porto Pisano “alla torre del magnano” nel 1395. I danni prodotti ai possessi del Convento nelle valli dell’Era e dell’Arno dalla guerra con Firenze fino alla caduta di Pisa (1406) furono assai presto riparati. Nel 1440 si costruivano celle nel chiostro, era edificata la scala per l’accesso alla Chiesa dall’esterno (1457), opera anche questa di maestranze comacine; un maestro riputato di intagli e di tarsie – Iacopo di Marco da Lucca che più tardi opererà anche nel Duomo di Pisa insieme a Cristofano d’Andrea da Lendinara – eseguiva gli stalli del coro; uno dei settignanesi che con Isaia da Pisa e Mino da Fiesole sotto Pio II decoravano di marmi la loggia di San Pietro, Lorenzo da Settignano edificava in pietra serena nella Certosa (1471) il piccolo chiostro fra la cappella del Colloquio ed il Refettorio, e poi l’ordine superiore di un altro chiostro prossimo alla cella priorale. Bartolommeo d’Andrea di Scarperia, che lavorava di vetri istoriati nel Duomo, era chiamato a decorare le finestre del Colloquio e del vicino loggiato ; anche per il porticato del quartiere priorale (1482) e per altri lavori si ricordano maestranze lombarde, emiliane e calcesane occupate a preparar nuove celle (1488), a rinsaldare la tribuna del tempio ed a più riprese il campanile trecentesco che gravava col peso sul muro della Chiesa, a far vetriate in colori per la sagrestia. Con questi artisti possiamo dire che il bel ciclo della Rinascenza stendeva un lembo sul Monastero di Calci. Il quale per la pietà di nuovi be­nefattori, primo fra tutti Lotto di Coscio Gambacorta, e per avere raccolto l’eredità dei monasteri be­nedettini di S. Vito in Pisa e di Gorgona assegnati da Gregorio XI all’Ordine Certosino, vedeva la propria dotazione accrescersi di possessi fondiari, d’immobili e di decime in Corsica, in Val d’ Era, nel Piano di Pisa, nel territorio di Livorno e in città di Pisa ; il più considerevole nucleo patrimoniale era formato dalle proprietà di Montecchio e di Alica, appartenute un tempo ai Gambacorta. La nuova guerra che portò alla seconda caduta di Pisa (1509) ed al ristabilirsi del potere Mediceo in Firenze, aveva danneggiato assai il patrimonio fondiario della Certosa. Per questo, 1’attività dei monaci fu rivolta a riparare le perdite ed alla manutenzione degli edifici. Si ha però notizia di un polittico dipinto per l’altare della Chiesa (1556) da un Gian Paolo pittore e scolpito da un Tiberio di Siena (1552) : artisti che non è dato di identificare anche perché il loro lavoro andò perduto. Mentre di un altro pittore, Tommaso de’ Romani, che per la Certosa dipinse nel 1557 due tavole da altare, queste pure scomparse, si sa che appartenne ad una maestranza bolognese. Nel 1558 furono fatti dei dipinti al Capitolo e fu scolpita una fontana nel gran chiostro. Nel 1600 si rinnovava il pavimento al presbiterio.

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novembre 23rd, 2008 by admin

Per oggi 23 novembre e per il prossimo week end  di sabato 23 e domenica 24 novembre, continua la kermesse dedicata al tartufo bianco che ha come location il suggestivo borgo medioevale della città di San Miniato, in provincia di Pisa.
La leggenda popolare racconta che in un circoscritto territorio della zona di San Miniato, che comprendevano le località di Montoderi, Doderi e Poggioderi, vi fosse un vitello d’oro.
La cosa davvero curiosa e che in quella area delimitata  della Valdegola faccia costituisce il fulcro della zona dove su trova il tartufo di San Miniato, dove prende vita il Tuber Magnatum Pico’, ovvero il prezioso fungo immerso nella terra onorato in questa che rappresenta la 33″ Rassegna della Mostra mercato.
Anche per quest’anno la città di San Miniato sempre più rinnovata all’appuntamento prenderà le sembianze di un immenso salone del gusto, con vaste aree adibite a mercati in cui si potranno degustare le pietanze tipiche del posto, tutti rigorosamente a base di tartufo bianco delle Colline di San Miniato.
Nell’ambito della manifestazione verrà inoltre dato spazio alle altre regioni italiane che proporranno i loro prodotti tipici. L’orario di apertura degli stand predisposti in tutte le piazze è previsto dalle ore 9 alle ore 20, apriran­no gli stand allestiti nelle piazze del centro.
Tantissime saranno le altre iniziative che faranno da contorno alla mostra.
 I visitatori amanti del tartufo bianco potranno ammirare inoltre i prodotti artigianali  messi in esposizione in un mercatino appositamente allestito, in più ci saranno eventi che vedranno la partecipazione dello Slow Food. Infine tantissime degu­stazioni ancora e varie esibizioni eseguite con cani da tartufo. Per l’occasione sarà messa a disposizione per i visitatori un’apposita navetta per raggiungere il centro storico.


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